Arriviamo allo Zelig Cabaret di Milano circa un’ora prima dell’inizio dello spettacolo. Stasera Teresa Mannino e Federico Basso si alterneranno sul palco per divertire il pubblico. Entriamo nel locale: lo staff sta preparando ogni cosa con minuziosità. Dopo aver spiegato al ragazzo che ci viene incontro che abbiamo appuntamento per intervistare i due artisti attendiamo un attimo nell’angolo bar, sorseggiando un caffé, mentre aspettiamo di essere accolti.
Qualche minuto dopo arriva da noi una ragazza sorridente, Giovanna, autrice di Teresa Mannino, che ci accompagna nel retropalco.
Qui facciamo la conoscenza della giovane attrice palermitana: chioma riccia e determinazione.
Ci accomodiamo, di fronte a lei. L’intervista può incominciare.
Partiamo dall’inizio: sei palermitana, il tuo collega torinese, vi siete incontrati a Milano…
Sì, sì, a Milano c’è il mondo, quindi è facile incontrare persone di altre città. Giovanna [indica la giovane ragazza sorridente che ci tiene compagnia nell’intervista], la mia principale autrice, è veneta di Treviso.
Ci s’incontra così.
Con Fede ci siamo incrociati circa quattro anni fa in un laboratorio, un piccolo teatrino a Sesto San Giovanni. In quell’occasione dovevamo fare tutti e due un breve spettacolo di circa un quarto d’ora a testa poiché agli inizi non avevamo ancora molto repertorio. A lui parlavano bene di me e a me parlavano bene di lui, non c’eravamo mai incontrati e poi ci avevano messo insieme per fare quella serata e tutti e due ci siamo piaciuti dal punto di vista comico e da lì è nata l’amicizia e la collaborazione.
Una caratteristica che ti ha colpito di lui, dei suoi personaggi e quale pregio vorresti “rubargli”?
Federico è bravo nelle battute. Ha una capacità tecnica nella scrittura delle battute che è forte: quella è la sua più grossa capacità.
Vorrei “rubargli” la cosa delle battute. Sì sì, quello è che mi piace di più, anche perché io sono più una da situazione, da storia, infatti diciamo che ci siamo contaminati in questo. Io adesso scrivo più battute e tendo a ridurre la storia, mentre lui ha cominciato a collegare le sue battute creando un intreccio. Per esempio nello scrivere la trasmissione [Zelig off] insieme capita che ci scambiamo dei suggerimenti.
A proposito di trasmissioni. Tra televisione e teatro cosa preferisci?
L’ideale è Zelig. Sei in teatro, però fai televisione: arrivi a tantissimo pubblico però allo stesso tempo lo senti, l’hai vicino. Mi piace stare molto in mezzo alla gente, sentirla chiacchierare. Io di solito interagisco e improvviso tanto durante le serate. Fede, anche lui improvvisa, ma il suo è un discorso diverso perché la sua è legato alla tecnica che studia questa disciplina, invece io agisco in modo proprio naturale: mi piace chiacchierare, faccio domande, quello che mi viene, quindi non mi baso su una tecnica comica studiata, è più naturale.
Hai fatto anche radio…
L’ho fatta e spero di rifarla. La radio è una di quelle cose che mi piacciono tanto.
E’ una dimensione completamente diversa, molto più intima: sai che la gente ti sta ascoltando, però è come essere nella tua camera a chiacchierare con una tua amica. E’ una situazione molto particolare in cui ti lasci molto andare e riesci a essere molto di più te stessa rispetto ad altre situazioni. È quello che mi piace. Poi devi parlare e siccome sono una che parla tanto…. [ride]
Tornando a te. Siciliana e sul palco si vede. A chi ti ispiri nei tuoi spettacoli?
Sì, sono siciliana doc. Vivo a Milano e sono così... momentaneamente milanese.
Questo lavoro mi ha avvicinato a Palermo perché riesco a tornare per le serate (26 aprile, Agrigento). Quando arrivo così, la lacrimuccia d’emozione, che-bello-le-montagne-il-mare, ce l’ho, però ammetto che sto bene anche a Milano, dopo otto anni finalmente mi sono ambientata.
Sul palco invece m’ispiro a mia madre. Il modo di parlare e di fare è più simile a quello di mia madre che a quello di qualche personaggio noto, per esempio nel fare il discorso diretto. Queste cose sono sue.
Sei laureata in filosofia. Ti ha aiutato nel tuo lavoro?
La laurea in filosofia aiuta perché ti rende più analitico e quindi hai una capacità più critica nei confronti di tutto. Quella già l’avevo prima, poi con la filosofia e poi con questo lavoro mi è aumentata ancora di più. Sono molto critica nei miei confronti. Sono in scena e dico sempre “mmh”. E’ raro che io dica “ah sì, stasera sono andata bene”…
Se faccio, però, quello che è nelle mie potenzialità in quel momento, anche se nella vita si può fare sempre di più, sono contenta e soddisfatta. Mi so giudicare, sono molto onesta, però anche molto esigente.
L’ultima domanda: “corroboranza, sublimazione della bellezza aulica”. Abbina questa definizione a qualcosa di bello che ti piace di più in assoluto.
[Legge, ci pensa, poi ride] La abbino alla ruggine, ma non so perché! Seriamente… Monte Pellegrino, la montagna di Palermo [come trasportata dalla fantasia a un ricordo bellissimo i suoi occhi si aprono quasi a liberare un segreto stupendo]. Ogni giorno cambia dipende dai colori, forse quella.
[Infine ci saluta] Ne vedremmo picciotti.
Appena prima di chiudere l’intervista con Teresa arriva nel retropalco anche Federico Basso.
Una volta finite le nostre domande la giovane siciliana si alza e va a salutarlo, scherzando con lui, mette in luce un bel rapporto d’amicizia. “Fede ti ho portato il pacchetto di tua madre, però non ti ho portato il regalo mio perché è troppo grande te lo devi venire a prendere tu” gli dice, poi ride, infine lo prende in giro per la barba.
Ora tocca a Federico sottoporsi alle nostre domande. Si siede di fronte a noi e con nostra sorpresa accende un voice recorder bianco. Interviene scherzosamente Giovanna, autrice della Mannino: “Questa è bella! L’intervistato che registra il giornalista che lo intervista!”. Si ride poi tutti notano la strana situazione. In questo clima conviviale lui ci spiega che ha “un blog da mandare avanti”, una valvola di sfogo, infine tiene di buon conto alcuni nostri suggerimenti per la parte grafica del sito. Iniziamo poi con le domande.
Partiamo come con Teresa. Dove vi siete conosciuti?
Ci siamo conosciuti in un locale che purtroppo ora non esiste più. Era il più suggestivo in cui ho fatto cabaret perché aveva uno scantinato per cui entrando dalla strada nel cortiletto c’era questa porticina che dava accesso a questo club, col bancone, il palchettino, proprio rustico. E’ iniziato tutto lì e poi i primi festival insieme e la collaborazione: ci diamo una mano, lei è molto propositiva e io cerco di mettere un po’ del mio dove lei chiede aiuto.
Un pregio da portarle via?
Il rapporto col pubblico, io mi sento molto più distaccato nei confronti del pubblico. Lei ha un rapporto diverso. Non dico che mi piacerebbe avere questa sua caratteristica perché se non hai certe corde è inutile sforzarsi, si vedrebbe la mancanza di spontaneità, invece lei proprio ne ha da vendere.
A proposito, sei anche autore di Belli Dentro e hai collaborato per Crozza Italia.
Sì, mi piace scrivere, infatti mi divido cinquanta e cinquanta, poi va a seconda dei periodi. In alcuni sono molto più autore, tipo quando c’è Belli dentro.
Questo nasce da un’idea dei carcerati stessi che pensavano di portare un po’ all’esterno quella che è la loro vita dentro il carcere e quindi in collaborazione con la redazione di questa rivista nata all’interno del carcere è partita questa idea che comunque ha riscosso un discreto successo. Si è creato un bel gruppo di autori e di attori.
Crozza Italia: nella scorsa edizione avevo lavorato con Crozza e anche quella è stata un’esperienza molto interessante perché non avevo mai lavorato così in redazione, quindi non conoscevo tutto quello che ruota attorno a una trasmissione del genere. E’ stato veramente formativo.
Autore e cabarettista. Cosa ti piace fare di più?
A me piace fare il cabarettista e sono molto legato alla concezione americana del cabaret. Strizzo molto l’occhio alla tradizione della standup comedy e mi rendo conto che oltretutto non è molto diffusa in Italia quindi le difficoltà che ne possono conseguire, però al momento c’è l’autore che spesso mantiene il cabarettista che sta cercando di emergere quindi questi due personaggi si danno una mano.
Secondo me è inevitabile, per chi vuole fare questo mestiere, attingere e guardare a questi grandi maestri che sono Woody Allen o Jerry Seinfeld. È ovvio che quando uno inizia cerca di capire cosa lo diverte e a chi vorrebbe ispirarsi, l’importante è non diventare una fotocopia sbiadita ma comunque poi trovare la propria strada. Non è importate la battuta, ma il proprio punto di vista, quello per cui la gente ti riconosce e viene a vedere i tuoi spettacoli, perché sa di trovare un determinato atteggiamento nei confronti del mondo, apprezzandoti o no per quello.
Faccio cabaret divertendomi perché diversamente sono sicuro che non si divertirebbe nemmeno il pubblico. Sto cercando di trovare la giusta strada e so che ci vuole pazienza, tempo e costanza: fretta non ne ho quindi va benissimo così.
Sei bravo nell’improvvisare. Da dove nasce questa caratteristica?
Nasce dal fatto che i primi passi sul palco li ho mossi grazie alla Lega d’improvvisazione. Consiglio questa cosa a chiunque voglia muovere i primi passi nel mondo del cabaret e del teatro perché fare improvvisazione teatrale vuol dire salire su un palco senza un testo scritto, avendo a disposizione solamente quello che si ha e si sa e soprattutto aver la sicurezza di poter contare su altre persone che come te si vogliono divertire creando uno spettacolo. T’insegna a stare sul palco, a prenderne dimestichezza a lasciarsi andare divertendosi tantissimo. È jazz teatrale nel senso che lo spettacolo che vedi una sera sicuramente sarà diverso la sera dopo.
Da lì nasceva il ragionamento del perché rendere unico uno spettacolo e non poterlo riproporre, quindi la mia esigenza invece di mettere su carta qualcosa che mi sarebbe piaciuto ripetere migliorandola.
Sei perito elettronico. Quando hai scoperto la tua vena artistica?
Me l’hanno fatta scoprire i miei insegnati di elettronica e matematica: ero molto più portato per le materie umanistiche. Poi tutto nasce dalla passione per il cinema: il mio sogno era di vincere l’oscar come montatore cinematografico [ricorda Pietro Scalia, primo italiano premiato per il montaggio in JFK]. Ho lavorato sette anni come montatore in Mediaset, parallelamente procedeva la mia carriera come improvvisatore fino a quando quattro anni fa mi sono trovato al bivio e sono uno di quelli che ha lasciato il lavoro a tempo indeterminato, con gran gioia dei genitori che si sono sentiti dire “mi licenzio per fare il comico”. La frase che tutti i genitori vorrebbero sentirsi dire dopo tanti sacrifici [ride].
Era il momento giusto per farlo, se non l’avessi fatto allora sarebbe stata un’occasione persa e fra qualche anno avrei iniziato a ripensarci dicendo “ah, se l’avessi fatto”.
Hai fatto tuo sul palco il motto “Beato chi sa ridere di se stesso perché non smetterà mai di divertirsi”. È tuo anche nella vita?
L’ho trovato su un libro di catechismo quando come catechista per le medie e l’oratorio preparavo una lezione. Una frase illuminante. Una delle prime cose che funziona nel cabaret, secondo me, è l’autoironia. Nel momento in cui tu riesci a ridere di te stesso fai ridere tutti quanti per lo stesso motivo, per le tue debolezze. È come aprirsi in una seduta di psicanalisi, mettersi in imbarazzo davanti a tutti ti pone in una condizione meravigliosa. Sai che tutti sono lì apposta: sono usciti la sera per mettersi in mezzo al traffico, cercare il biglietto, fatto code e tutto quanto e sono venuti lì per te, per questo se riesci a farli ridere con cose che sono capitate realmente facendole sembrare ancora più normali per loro, secondo me, è proprio una seduta rilassante.
L’ultima domanda: “corroboranza, sublimazione della bellezza aulica”. Abbina questa definizione a qualcosa di bello che ti piace di più in assoluto.
Mi ricorda, per imprinting pubblicitario, le bevande toniche. Se dovessi associarlo a qualcosa che mi piace: la pizza. Ultimo desiderio del condannato a morte: la pizza.
Donato Panico